Come dobbiamo immaginare il castello  di Talacchio?

Come  altri castelli vicini -  Montefabbri, Coldelce, Genga, Colbordolo, Monteluro, Farneto – anche per  Talacchio  non si hanno documenti certi che ne attestino l’esistenza se non a partire  dal  1200 circa, quando si ritrovano atti relativi più che altro a donazioni  e possedimenti. 

La descrizione di Leonardo Moretti però ci permette di  immaginare con precisione Talacchio alla fine del 1300. 

Immaginiamo di essere nella pianura vicino al fiume Foglia e di vedere in alto un agglomerato di case che avevano scelto il posto perché protette dalla morfologia del terreno che facilitava la difesa da attacchi esterni con dei contrafforti naturali. Salendo per raggiungerle si trovava un tipico castello dell’epoca: prima si incontrava  una struttura difensiva fatta con palizzate che proteggeva un gruppo di case. Questo gruppo di case fortificato, il Castellare, si estendeva non troppo  lontano dalle mura castellane, probabilmente perché nel castello non era  più stato possibile costruire altre abitazioni.

 Più in alto  un fossato  e un ponte levatoio proteggevano  le case dentro il castello. Si può  ipotizzare che una struttura di questo tipo fosse verosimile solo dopo la peste del 1348 che aveva decimato la popolazione.  A Talacchio si poteva riconoscere il borgo del Pagino (oggi via del borgo) e il borgo della Martinella, intorno alla chiesa di S. Michele. Dalla Martinella si aprivano tre vie in tre direzioni diverse: una verso la chiesa di San Salvatore e il convento di S. Girolamo, una verso la pianura e il fiume Foglia e l’altra verso Santa Maria in Fatoio e Montefabbri. 

Come in ogni castello,  non poteva mancare la storia di un tesoro nascosto. In un’area diroccata alcuni abitanti cominciarono a cercarlo fino a sventrare un fianco del castello. Bisognava andarci di notte, con un piccolo lume che inevitabilmente veniva spento da un folletto, muniti di vanga, badile e piccone. Nessuno doveva parlare.

 Bastava un piccolo suono e tutto sarebbe svanito. Solo a cenni si poteva parlare. Solo il respiro era permesso. Il personaggio indispensabile al ritrovamento del tesoro era il prete, ma non tutti erano adatti. Naturalmente capitava sempre che ci fosse una emissione di un suono o che il prete sbagliasse una parola  e quindi il tesoro non è stato mai trovato. Le ricerche andavano avanti tutta la notte ma al mattino  c’era sempre pronta una motivazione del fallimento; e così si riprovava.

Dall’area che fu del castello di Talacchio, oggi non accessibile, si possono vedere le tracce delle due chiese principali per gli abitanti, di cui parleremo nelle tappe 10 e 15, e immaginare la visione completamente diversa del paese rispetto a quella che abbiamo oggi. L’abitato doveva essere concentrato tutto sotto le mura e la via che oggi permette di attraversare Talacchio era già spazio esterno al paese. La gente andava a messa nella chiesa di San Salvatore dove si arrivava per una stradina più piccola, che forse possiamo riuscire ad immaginare (tappa 10). La chiesa di S. Michele Arcangelo non era la chiesa della gente del castello.